Recensioni

 

La-geografia-interna-di-Piero-Orlando di Michele Porsia

 

Isola solitaria

Isola solitaria

 

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Mare d'iverno - particolare - foto di Antonio Colombi

Mare d’iverno – particolare – foto di Antonio Colombi

 

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Alba lavica – foto di Antonio Colombi

 

 

Un artista, un moderno mecenate, un pensatore, un progetto e due provocazioni

Capitano Antonio Marinelli

 

 

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Tratto di fiume - particolare

Tratto di fiume – particolare – foto di Silvio Rugolo

 

recensione

 

 

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Fossalto di giorno

 

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Il Quotidiano del Molise – 4 Agosto 2015

 

Molise a colori

Molise a colori.

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Piero Orlando e la materia – e il materiale – del fantastico

La materia del fantastico, quella concretezza shakespeariana che è base e ancora dei sogni. È la solidità dell’idea e dell’intuizione, più ancora della suggestione poetica, il cardine della ricerca di Piero Orlando, che “scava” il reale deciso a raggiungerne il cuore, per rintracciarne i palpiti da tradurre poi in volume. Non c’è levità nelle sue albe, tantomeno leggerezza nelle sinuose curve, ma la plasticità di un orizzonte che vuole essere scolpito dallo sguardo, afferrato e modellato a farsi “finito”, libero dal peso dell’immenso per essere finalmente percepito e percepibile dall’uomo nella possente acquisizione – concettuale – della totalità, che è “costruzione”. Ecco cosa attira l’attenzione dell’artista: la possibilità di definire il campo di battaglia del sentimento, fatto di calore, densità, materia appunto e materiale. L’emozione acquista un corpo di terra, legno, sabbia, polvere. Il brivido è terremoto e crepe. Lo spazio rimane abisso ma trova riparo nella fermezza dell’approdo, isola all’incerto vagare. Il possesso è assoluto: ad occhi chiusi, la terra parla per come è stata inventata, stabilendo un contatto con la carne che giunge, paradosso, dritto alla testa in un gioco di visioni e sollecitazioni. Basta chiudere gli occhi per “sentire” l’universo. Basta stringere le mani per plasmarlo. È forse nell’immobile ammirazione l’unica reale fantasia dell’uomo, che si estranea dal creato per farsene adorante spettatore.

Dr.  Valeria Arnaldi
Giornalista e scrittrice

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Bottoni viola

Bottoni viola

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Fondazione Roma Mediterraneo

Cari Di Nardo e Orlando,
sono io che ringrazio Voi per aver voluto donare alla Fondazione Roma la splendida opera “Ipocentro”, realizzata per la Biennale di Architettura di Venezia con la collaborazione dello studio Giammetta & Giammetta.
Si tratta di un’opera di forte impatto emotivo, esteticamente pregevole, originale per foggia, concezione e materiali, nonché (e soprattutto) portatrice di un messaggio importante, che intende reinterpretare il dolore ed il mutamento – anche catastrofico – nel senso di un dinamismo costruttivo e di una sicura rinascita.
Sono pertanto davvero felice che questa Vostra realizzazione abbia trovato una sua collocazione stabile a Palazzo Sciarra, nella sede della Fondazione Roma che da anni presiedo tentando di farne – per utilizzare le Vostre parole, che sono anche il mio motto – la fucina privilegiata di quella “energia pulita” che oggi, nel nostro Paese, è rappresentata preminentemente dall’Arte e dalla Cultura.
Nell’auspicio di poter continuare in futuro la nostra feconda collaborazione, l’occasione mi è gradita per ricambiarVi i migliori auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo.

Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele
Presidente Fondazione Roma

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Ipocentro - parte

Ipocentro – parte

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La poetica di Ipocentro

Una serie di piani emozionali che generano da un blocco unico frammentato e scomposto dalla vibrazione del mondo.
Strati sospesi, sensazioni, stati d’animo, il muto silenzio del dolore collettivo.
Cuori sospesi, smarrimento, distacco.
Architettura responsabile in quanto strumento di protezione e sostegno dell’umano abitare.
Il sisma in se non è male ma male è, a volte, il crollo di un costruito irresponsabile.
Arte per la memoria perché l’opera può trasformare anche il dolore, fissandolo nel tempo, cambiando il suo colore.

Architetto Marco Giammetta
Giammetta e Giammetta Architects

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Ipocentro – piano secondo

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Ipocentro in un viaggio emotivo verticale

Le scosse generano domande, le risposte sono un principio di ricostruzione. L’arte, a suo modo, cerca un passaggio per dare nuovo senso al mondo che crolla e a quello che sopravvive.
Ipocentro è l’opera pensata e realizzata da Piero Orlando e Fabrizio Di Nardo di Officina Materica, per creare un varco nella violenza della Terra, nel trauma del lutto, nell’eco acuto della rabbia, e allo stesso tempo per incoraggiare con la luce e la solidità delle assi portanti, la ricostruzione.
Un anno e mezzo dopo il terribile terremoto de L’Aquila, la Biennale d’Architettura di Venezia dedica uno spazio di riflessione ed arte per spingere lo sguardo nel baratro di una regione monca e sgomenta.
Cosa viene dopo e cosa sarebbe successo se? Non è la terra che trema a farci del male è il Paese instabile, l’architettura approssimativa, la mala politica a fare vittime. È il palazzo che cade che uccide, non il terreno che da milioni di anni si modifica.
Ipocentro è il piano che si piega, che crolla su sé stesso, è voragine che inghiotte il suo vuoto. In quella voragine è caduto un Paese, ma ruotando attorno alla prospettiva distorta di una realtà alterata e distrutta possiamo scegliere la via d’uscita, ripensare un inizio.
I colori e le ombre di Ipocentro conducono ad un viaggio emotivo verticale. Dal basso verso l’alto e ritorno.
Giù fino in fondo alla Terra, nel pozzo delle emozioni oscure, incerte, taglienti. Da lì un cono di luce promette la risalita, offre un respiro, una nuova visione.
Oltrepassare il confine del proprio centro apre uno scenario inedito in cui spesso trovano posto gli altri. Chi soffre e chi salva.
Secondo Piero Orlando “L’ispirazione artistica si è manifestata prepotente e incontenibile e ha preso forma in un’opera slanciata, libera e potente, ove la struttura pesante del blocco viene frammentata e scomposta in quattro livelli diversi, sorretti e protetti da quattro elementi portanti, scalpellati e dipinti a creare un effetto metallico. Sono i pilastri di un costruito responsabile sopravvissuto al disastro, simbolo della buona Architettura che assorbe, attrae e coagula intorno a sé l’energia e la materia, per sorreggere e guidare l’uomo verso la speranza di vita e la fiducia in una sicura rinascita.”
L’arte è un linguaggio che si esprime con parole mute, per metafore e suggestioni arriva dove, a volte, la coscienza non osa spingersi.
Raccontare le tragedie è un’esperienza complessa e scivolosa, ma quest’opera materica costruita con schegge, ferite, mancanze ed equilibri, dice tutto quello che aspettavamo di sentirci dire.
Parla della nostra vulnerabilità di uomini e di fabbricanti, parla di forze oscure e dominanti, parla di un vuoto che ci inghiotte, della nostra inquietudine e di quella altrui, che per paura vorremo negare, parla di dei silenti e di una tenace resistenza.
Il centro su cui si appoggia la capacità di resistere è il punto di equilibrio che contesta la resa.
È quel sostegno la prima risposta, il nuovo inizio.

Dr. Alessandra Grandi
Giornalista e scrittrice

 

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La dignità dell’artista sta nel suo dovere di tener vivo il senso di meraviglia nel mondo (Gilbert Keith Chesterton)

Ed è proprio di meraviglia che si parla quando si viene a contatto con le opere di Fabrizio Di Nardo e Piero Orlando: opere materiche, come si suol dire. Ma in realtà cosa si vuol dire? Che sono pezzi nati da una materia allo stato “grezzo”, il legno, decisamente naturale, che viene lavorato scheggiato plasmato tagliato segmentato scrostato dipinto annacquato colorato per farne un’opera carica (inevitabilmente, dopo tutti questi passaggi) di meraviglia… meraviglia perché non vogliono necessariamente rappresentare qualcosa di (già) visto, di corrispondente al reale, forse che gli assomiglia, forse, ma in ogni caso fuori dagli schemi…
Quando parli coi due artisti ti dicono proprio questo: che quando si trovano davanti alla tavola di legno l’ispirazione è legata al momento, non c’è premeditazione, c’è (forse, ma non sempre) un sentimento legato al vissuto che passa e si protrae al momento del fare artistico. È un po’ come se in potenza sulla tavola fosse già presente tutto, l’artista ha solo il compito di tirarlo fuori (michelangiolesca memoria!).
I due hanno formazioni diverse, background differenti, soprattutto non vicini all’arte nel senso più canonico del termine, ma tutto questo non conta perché la passione per l’arte è un qualcosa che sta dentro, che cova finché non esplode e qualcuno la fa uscir fuori, in forme e modi differenti, ognuno seguendo la propria personalissima inclinazione.
L’amicizia che lega Fabrizio e Piero ad un certo punto porta ad un (ulteriore) punto d’incontro, la “matericità” (si passi il termine) dell’arte e da qui l’idea di creare “Officina Materica” che dà realmente l’idea di quello che i due fanno: il luogo dove creano sembra appunto una vera e propria officina, un laboratorio, in realtà (come capita a tanti artisti metropolitani contemporanei) un garage ritrasformato, con gli attrezzi del mestiere tutti a portata di mano e un gran caos in giro che dà il senso dell’impeto e impulso creativi!
Il gesto primitivo avviene sulla tavola nuda di legno (la materia prima) con uno scalpello ed è gesto puro, per cui anche questo lasciato all’improvvisazione, nonché al puro caso, pur (forse?) con una vaga idea iniziale di dove si voglia andare a parare (leggi: di cosa si voglia andare a rappresentare).
Molto di questo legno scheggiato è lasciato vivere col suo colore puro, originario, naturale; molto altro è invece dipinto colorato con pennellate di colori acrilici che hanno in sé la dote di fornire un effetto di intensa luminosità e poi, in base a quante pennellate e quanta quantità di colore viene steso, creano dei veri e propri strati di materia sul legno: materia viva su materia viva… a tutto questo spesso si aggiunge, nei lavori di entrambi, l’utilizzo di un altro elemento naturale per eccellenza, la sabbia, che viene distesa distribuita spalmata con abbondanza o parsimonia, semplicemente a gusto dell’artista!
Il risultato di tutto questo lavorio è un’opera che devi guardare e contemplare muovendoti intorno ad essa, lasciandoti avvolgere, guardando gli strani effetti che le luci creano con le diverse materie, coi diversi accostamenti di colore e materia assieme, osservando le ombre che la corposità della pennellata o il grumo di sabbia o il semplice gesto istintuale della mano dell’artista hanno creato.
Ed è proprio questo gesto istintuale e casuale e primario colpisce e si trova (secondo chi scrive: felicemente) in contrasto col mondo tecnologico e meccanico attuale che poco lascia all’atto manuale e creativo dell’individuo!

Dr. Maria Pia Comite
Registrar – Scuderie del Quirinale

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Curva sinuosa

Curva sinuosa

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