Il Teatro Comunale di Alvito (Terra di Lavoro)


Il Teatro Comunale di Alvito è situato nella Sala del Trono del Duca di Alvito all’interno di Palazzo Gallio, oggi sede del Municipio.

La Sala del Trono del palazzo ha avuto in origine funzione di rappresentanza ducale, come documentano, nella parte di volta a padiglione che sovrasta la tribuna del teatro, i decori di alcune armi gentilizie (stemmi Gallio Trivulzio, Medici e Bonelli), visibili nella foto scattata da Roberto Bruno, in cui si può ammirare l’elegante struttura che riflette lo splendore dell’epoca in cui il teatro fu edificato.

Nel corso del Settecento, infatti, la sala è stata riadattata a teatrino di corte del Duca di Alvito, mentre nel corso dell’Ottocento veniva utilizzato anche da attori amatoriali per recite più popolari in occasione del carnevale o di altre festività, finché nel 1839 venne messo all’asta e rilevato da un gruppo di cittadini per essere destinato in perpetuo ad attività teatrali. Poi, nel corso del Novecento, fu sede di una serie di messinscena di drammi sacri, tra i quali S. Valerio soldato martire (circa 1920).

Raffaella Capitelli, nel suo lavoro “La Famiglia Sipari ad Alvito (1830-1905). Iniziativa economica e identità borghese in Terra di lavoro dopo l’Unità“, ci descrive così la situazione alvitana dell’epoca sottolineando l’importanza del teatro ad Alvito, nel Settecento quello di corte presso la Sal del Trono di Palazzo Gallio, poi nell’Ottocento il Teatro Comunale grazie all’impulso di privati come i membri della famiglia Sipari, Pietrantonio, Francesco Saverio e Carmelo.

“La vivacità culturale di Alvito è testimoniata anche dallo spiccato interesse della borghesia locale per la musica e il teatro. All’atto dell’acquisto e cessione al Comune del Palazzo Ducale una delle clausole poste dai ventuno acquirenti alvitani, pena la revoca della cessione al Comune, era stata che la splendida Sala del Trono fosse riservata ad attività culturali e a rappresentazioni filodrammatiche. La cittadina era dotata di un’orchestra, un complesso bandistico e di una Scuola di musica diretta dal maestro Giuseppe Cappitti che nel 1852 aveva spontaneamente assunto l’impegno di istruire giovinetti. Gli appuntamenti mondani e le ricorrenze religiose fungevano quasi da pretesto per organizzare iniziative culturali e istituire dei cenacoli letterari. Nel 1850, in occasione del compleanno del re Ferdinando II, Alvito festeggio con spettacoli musicali, fuochi d’artificio e con una vera e propria Accademia letteraria. Nel 1856, nel secondo centenario della traslazione dele reliquie di San Valerio in Alvito, gli allievi della ricordata Scuola secondaria di Umanità e Rettorica si cimentarono in declamazioni in lingua italiana e latina. La vita culturale in Alvito rappresentava un caso un po’ particolare nell’ambito del circondario di Sora. La stessa città capoluogo del distretto nel periodo considerato, non solo era priva di un teatro o altri luoghi di ritrovo ma dirittura di una biblioteca comunale. Come si spiega la vivacità culturale di Alvito, soprattutto in considerazione delle sue precarie condizioni economiche? Probabilmente le varie attività erano promosse e finanziate sia del numeroso e potente clero locale, per tradizione depositario di cultura, sia dalla borghesia alvitana, stimolata da studi e da esperienze di viaggio. Alcuni esponenti di influenti famiglie del luogo, avendo la possibilità di frequentare i salotti e teatri di Roma e di Napoli, favorivano l’arrivo di nuove “mode” nella cittadina e stimolavano iniziative culturali di vario genere. Si trattava di una borghesia colta che, grazie alla prolungata presenza della corte dei Gallio, era stata a contatto con esponenti della cultura nazionale e straniera e con diversi movimenti culturali e scientifici. L’abitudine al bello col tempo era divenuta una sorta d’impronta che, anche a distanza di anni dalla fine di quella autorità feudale, continuava a stimolare gli alvitani a farsi promotori di cultura e di sapere.”

Ma la descrizione più completa e approfondita della Sala del Trono, oggi Teatro Comunale di Alvito, ci viene offerta senza dubbio da Gabriele Quaranta nel suo pregevole lavoro “Bagliori dal passato. Il palazzo Gallio in Alvito e i suoi dipinti“:

“Ma il palazzo era destinato anche ad un utilizzo senz’altro più a meno: al 1873 risale la prima delibera comunale per una ristrutturazione della Sala del Trono come sala teatrale: questo ambiente era già stato utilizzato per rappresentazioni sceniche dai Gallio nel corso del XVIII secolo, ma ciò non aveva comportato alcuna trasformazione permanente. Una prima traccia in questo senso nulla sia dalla Descrizione del 1839 che a proposito di questa sala cita la presenza di uno scenario teatrale smontato – proprietà del Comune e di alcuni privati – anche di una struttura per un palco non terminata. Si tratta però di interventi già posteriori alla morte dell’ultimo Gallio. Purtroppo i documenti relativi alla ristrutturazione del 1873 sono oggi quasi del tutto illeggibili, e non sappiamo cosa esattamente venne realizzato allora. [ … ] La Sala del Trono, ci appare oggi nella sua funzione di Teatro comunale. Essa è un enorme ambiente rettangolare di circa 19 × 8 m, con il lato maggiore in direzione nord-sud, è coperto da una volta a padiglione. Ad ogni modo essa dovette costituire uno degli ambienti più rappresentativi del palazzo ducale, partire almeno dalla ristrutturazione operata da Tolomeo II negli anni sessanta del XVII secolo. Questa sala era infatti punto di passaggio obbligato per chi volesse accedere al piano nobile della dimora. Con la sua ampiezza, e la ricchezza della decorazione che certamente vi dovette essere, la Sala del Trono costituiva una inequivocabile presentazione del proprietario del palazzo e del suo rango. E’ notizia comune ai pochi scritti moderni sul palazzo quella che vorrebbe una trasformazione della Sala ad uso teatrale già durante il Settecento, con un conseguente trasferimento delle funzioni di rappresentanza nell’adiacente Galleria. Se sicuramente non è da escludere un tale uso per l’intrattenimento, bisogna però chiarire come esso non dovette comportare alcuna trasformazione materiale della Sala, né un effettivo trasferimento altrove delle sue funzioni. Non solo infatti non troviamo traccia di ristrutturazioni settecentesche in questo senso, ma dobbiamo ricordare come di esse non ci fosse di fatto bisogno: scenografie e adattamenti all’uso teatrale, se necessari, venivano realizzati di volta in volta per mezzo di strutture effimere, mentre la realizzazione di veri e propri teatri di corte è riscontrabile solo in un numero esiguo di casi. È possibile invece ritrovare una situazione simile a quella di Alvito – con una sala di rappresentanza utilizzata anche ad uso di teatro – per la maggior parte delle residenze nobiliari di campagna. La Sala del Trono/Sala teatrale appare oggi con un ampio palco fornito di proscenio ad arco, in cartapesta, sottolineato da stucchi. Ad una moderna platea disposta in pendenza fa capo una piccola galleria su due ordini di palchi, con balaustra di legno e due scale circolari contrapposte e specchiate: essa ha trovato posto al di sopra del corridoio realizzato nel 1881.”

Bibliografia

Domenico Santoro, Nell’inaugurazione del teatro comunale di Alvito restaurato a cura della Società filodrammatica Gabriele D’Annunzio, tipografia meridionale, Cassino 1913.

Valerio Iacobone, Primo quaderno di appunti e spunti su Alvito e Valle di Comino, Centro Studi Cominium, 1984, p. 157.

Raffaella Capitelli, La Famiglia Sipari ad Alvito (1830-1905). Iniziativa economica e identità borghese in Terra di lavoro dopo l’Unità, Bardi Editore, Roma 1999, pp. 38, 39, 66 e 67.

Gabriele Quaranta, Bagliori dal passato. Il palazzo Gallio in Alvito e i suoi dipinti, Bardi Editore, Roma 2003, pp. 51, 58, 59 e 60, foto 21 e 22.