La Compagnia teatrale Orlando

Famiglie d’arte e Compagnie di giro

Una volta la Chiesa escludeva dalle funzioni sacre e dai camposanti prostitute, suicidi, attori. Capitò a un mio arcibisnonno della compagnia Tamberlani, ai tempi della dilacerazione tra Stato e Chiesa, come Jemolo definì quei decenni”.

Nel passo dell’articolo Welby e i vecchi peccati della Chiesa, pubblicato a Roma sulla testata Europa il 27 dicembre 2006, mio zio, Federico Orlando (giornalista e politico italiano), si riferisce al suo trisavolo Federigo Maria Orlando (nato nel 1824 a Fossaceca, odierna Fossalto), che tra il 1850 e il 1860 faceva parte della Compagnia Tamberlani, formata da Vincenzo, Filippo e Ferdinando Tamberlani. Quest’ultimo era nonno del famoso attore Carlo Tamberlani, che così racconta nel suo lavoro Pirandello nel Teatro …che c’era (in Quaderni dell’Istituto di Studi Pirandelliani, n. 3 pag. 168):

Ferdinando, mio nonno, a sua volta formò una propria compagnia di famiglia, “battendo le piazze” preferibilmente nel meridione. Egli resistette alle sollecitazioni del fratello Giovanni perché eccellente “promiscuo” qual’era, lasciasse la provincia. Molti buoni attori rimasti sconosciuti al grande pubblico, spesso preferirono la compagnia di famiglia, la serenità della provincia, l’affetto dei congiunti e mio nonno rinunciò anche lui alla carriera dei grandi teatri per girovagare, con i suoi 18 figli e mia nonna, per i paesi della Basilicata, della Puglia, della Campania, Calabria e Sicilia.”

In effetti, però, l’esperienza ereditata dalla famiglia Orlando nel teatro affonda le sue origini nella lunga esperienza maturata dalla Compagnia Caputo, la cui attività teatrale risale almeno agli inizi del Settecento a Napoli, capitale del Regno. Quel che è certo, infatti, è che il mio quadrisavolo Federigo Maria Orlando aveva sposato Erasmina Fortunata Caputo, comica, figlia di Gennaro Caputo e Teresa Martinez, entrambi comici.

A sua volta Gennaro era figlio di Arcangelo ed Erasmina Meterangelis, figlia di Ferdinando, e Archangelo era figlio del Notaio Gennaro Caputo di Napoli, uno dei promotori del teatro napoletano all’inizio del Settecento, citato da Pier Luigi Ciapparelli nel suo lavoro Edifici teatrali e palcoscenici temporanei. Progetti e tecnologie sceniche, in Storia della musica e dello spettacolo a Napoli. Il Settecento, a cura di Francesco Cotticelli e Paologiovanni Maione, Napoli, Turchini Edizioni, 2009: “Ad imitazione del giardino di Porta Capuana, esisteva agli inizi del Settecento, nei Quartieri Spagnoli, un terreno adibito a spazio per gli spettacoli all’aperto, lo «Giardiniello» di Montecalvario, che apparteneva ai Notai Domenico e Gennaro Caputo, poi acquistato, nel 1724, da Giacinto de Laurentis e Angelo Carasale per costruirvi il Teatro Nuovo di Napoli.

Antonio Joli – Napoli dal Porto, XVIII sec.

Ma prima di Teresa Martinez, Gennaro Caputo aveva sposato in prime nozze Francesca Magni, comica, figlia di Ermenegildo Magni, comico, nato a Milano intorno al 1750, e Oliva Cornelio, comica, nata a Corfù intorno al 1797, dove i suoi genitori, Domenico Cornelio e Stella Angelini, comici, erano in trasferta per rappresentazioni teatrali.

Nel corso del Settecento e per la prima metà dell’Ottocento, la famiglia Caputo si intrecciò, dunque, con altre famiglie d’arte Meterangelis, Magni, Cornelio, Martinez, Usai, Tamberlani e poi, da metà Ottocento, si intrecciò anche con la famiglia Orlando, a seguito del matrimonio tra Federigo Maria Orlando e Fortunata Erasmina Caputo.

Tra i componenti di quelle compagnie teatrali itineranti, dette anche “compagnie di giro”, figuravano attori comici, per garantire la copertura di tutti i ruoli necessari maschili e femminili, musicisti per gli accompagnamenti musicali, artigiani come sarti per i costumi, falegnami per gli arredi e pittori per le scenografie, e persino scrittori e poeti, per la redazione e l’adattamento dei testi delle opere del repertorio.

Un nipote di Erasmina Meterangelis e Arcangelo Caputo, Ferdinando Meterangelis, poeta, cugino di Gennaro Caputo, scrisse finanche una versione de “La Gerusalemme distrutta da Tito Vespasiano“, suddivisa in dodici Canti, pubblicata a Napoli presso la Tipografia Reale nel 1850. L’opera ha per oggetto la conquista e la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. da parte dell’esercito romano guidato da Tito, futuro imperatore; episodio storico riportato nel resoconto del Bellum Judaicum di Flavio Giuseppe e divenuto molto popolare nell’epica italiana dell’Ottocento.

Federigo Maria Orlando, detto Federico, musicista, comico e artista (indicato come studente in musica nell’atto di morte di Agnese Iorio del 26 luglio 1844, di cui Federico allora ventunenne era stato testimone), nonno del mio bisnonno, fu il capostipite della Compagnia Orlando.

Federico proveniva da una famiglia di letterati, medici, ecclesiastici e notai, e probabilmente inizia sin da molto giovane la sua avventura artistica grazie alla presenza del Teatro Alfieri di Fossaceca, oggi Teatro Comunale, vivaio e laboratorio artistico ideale sin dalla prima metà dell’Ottocento.

Il teatro municipale, situato al piano inferiore del palazzo comunale, dove si esibivano i filodrammatici locali e, di quando in quando, compagnie professionali di giro.” (Nino Bagnoli, Ipotesi di lessico fossaltese, voce “teatre”, Edizioni Samnium, Campobasso 1990).

Fino agli anni ’30 vi hanno recitato, da dilettanti, molti “signori” e alcuni artigiani, e lo stesso autore di queste note vi ha avuto il suo battesimo sia come attore che come regista, durante le vacanze scolastiche.” (Nino Bagnoli, appunti per una Breve Guida di Fossalto).

Questo spiega, perfettamente, il fermento culturale di quegli anni da parte di tutta la comunità fossaltese e, in particolare, la passione del mio antenato Federigo Maria Orlando per la musica e per il teatro, stanti le continue influenze subite anche dalle rappresentazioni delle compagnie di giro, quelle compagnie teatrali professionali che frequentavano periodicamente il Teatro Alfieri.

E così, potrebbe essere accaduto proprio per quella compagnia di giro del Capocomico Don Gennaro Caputo di Lecce e della moglie Teresa Martines di Napoli, la cui figlia, Fortunata Erasmina, nata il 30 luglio 1823 a Forenza di Basilicata (Potenza), anch’essa attrice comica, ha poi sposato lo Federigo Maria intorno al 1850.

Federico ed Erasmina, entrambi comici, ebbero diversi figli:

Gennaro Francesco, nato a Foiano di Val Fortore (Benevento) il 24 febbraio 1851;

Igino Eduardo, nato a Rodi Garganico (allora in provincia di Capitanata, oggi Foggia) il 22 maggio 1852;

Ernesto, nato a Saponara di Grumento (Potenza) il 20 settembre 1855;

Leopoldo nato a Roggiano Gravina (Cosenza) il 16 agosto 1857;

Bruno Alberto Enrico, nato a Gerace Superiore (Reggio Calabria) il 12 dicembre 1858;

Maria Elisabetta Carmela Teresa (detta Teresina), nata a San Vito sullo Ionio (Catanzaro) l’11 gennaio 1860.

Federico ed Erasmina, capostipiti della Compagnia Orlando, vissero prevalentemente sul Gargano, tra Rodi Garganico, Ischitella e Vico del Gargano, mentre però girarono per tutto il meridione per l’attività teatrale della Compagnia di Famiglia. Erasmina morì a San Martino in Pensilis (Campobasso) il 1° febbraio 1887 e Federico morì a Vico del Gargano il 1° aprile 1893, all’età di 69 anni, nella casa posta in Via dietro il Purgatorio al n. 11.

Igino Eduardo, detto Odoardo, padre del mio bisnonno, sposò Anna Mezza, figlia di Gioacchino (fu Melchiorre), sartore, e Francesca (Franca) Soccorso, nata a Gaeta il 16 settembre 1856 e il loro matrimonio fu celebrato a Vieste il 2 agosto 1878. Dalla loro unione nacque il mio bisnonno Federico Orlando, l’11 maggio 1875 ad Alvito (allora in provincia di Terra di Lavoro, Caserta, oggi Frosinone), dove la Compagnia Orlando si trovava per le rappresentazioni teatrali nella Sala del Trono di Palazzo Gallio, già teatro di Corte del Duca di Alvito, allora Teatro Comunale, oggi sede del Municipio.

Quanto alle difficoltà di spostamento da una provincia all’altra nell’ambito del Regno di Napoli, poi  Regno delle Due Sicilie, che certamente anche gli attori delle compagnie di giro dovevano incontrare periodicamente, appare utile riportare questo breve scritto di Giuseppe Cultrera, “Ci voleva il passaporto per uscire dalla provincia”, sebbene riferito alla situazione di Leonessa, Provincia di Rieti, che in ogni caso all’epoca rientrava nel territorio del Regno di Napoli, proprio al confine con lo Stato Pontificio:

Le donne leonessane non avevano diritto a documenti di identificazione; per spostarsi da una provincia all’altra del regno di Napoli ci voleva il passaporto, come per andare all’estero; pastori e braccianti erano assimilati alla categoria dei poveri. Ecco alcune curiosità del “Regolamento relativo alle Carte di Sicurezza, di Permanenza e di Passo, nonché ai passaporti” approvato “da S.M. pe’ suoi Reali Dominj al di qua del Faro” il 30 novembre 1821 e in vigore dal 1 marzo 1822. Sua Maestà è Ferdinando I di Borbone (1751-1825), re delle Due Sicilie, figlio terzogenito di Carlo III re di Spagna e di Maria Amalia di Sassonia. Era diventato re ad appena nove anni, nel 1759, coi titoli di Ferdinando IV re di Napoli e di Ferdinando III di Sicilia; nel 1816 aveva unificato i due regni, diventando Ferdinando I re delle Due Sicilie. Il testo è pubblicato dal Giornale dell’Intendenza della provincia dell’Aquila, di sabato 9 febbraio 1822, che si trova nell’Archivio Storico del Comune di Leonessa il cui territorio, fino al 1860, apparteneva al regno delle Due Sicilie. Il regolamento, controfirmato da Raffaele de Giorgio, direttore della Real Segreteria di Stato di Grazia e Giustizia, contiene 18 articoli e dimostra come fosse stretto il controllo sui movimenti dei cittadini. La Carta di sicurezza (cioé l’odierna carta di identità) è obbligatoria per “ogni individuo di qualunque classe e condizione”, tranne “le donne di ogni età” (segno della sudditanza agli uomini della famiglia) e i giovani con meno di 15 anni. Il documento era rilasciato dal sindaco e vidimato dal Giudice Regio, se questi risiedeva nel comune; era valida un anno “e con essa, senza bisogno di altro documento, potrà girarsi entro la propria Provincia”. Se però una persona (anzi “un individuo”) voleva trattenersi più di otto giorni fuori del proprio circondario, nel caso di Leonessa quello di Cittaducale, gli serviva la Carta di permanenza, anch’essa rilasciata dal Sindaco. Ciascuna carta costava due grani (monete napoletane, pari a otto centesimi di lira); era gratuita e valida un anno per i “bracciali (cioé i braccianti), i pastori e generalmente tutti coloro che sono notoriamente poveri”. Per andare in un’altra provincia del Regno, serviva un passaporto, spedito dall’Intendente (funzionario più alto in grado) della provincia di provenienza; in caso di urgenza provvedeva il Sindaco. Anche qui un’eccezione per i braccianti e i pastori; questi se “per motivi d’arte e d’industria si recano nelle Provincie limitrofe, non han bisogno di passaporto”, ma della “carta di passo” emessa dal sindaco, gratuita e valida un anno. Questo stesso documento è sufficiente per possidenti e commercianti che “abbian bisogno notoriamente di una comunicazione nelle Comuni della Provincia limitrofa”. Più complessa è la procedura dei passaporti per l’estero, rilasciati soltanto dagli Intendenti e dopo autorizzazione della Commissione generale di Polizia; sul documento, oltre ai connotati della persona, sono indicati il perché del viaggio e la durata dell’assenza. Fanno eccezione, al solito, i braccianti e i pastori di Terra di Lavoro e degli Abruzzi, per i quali basta la “carta di passo”. Chi non possiede documenti, rischia una pena da uno a due giorni di carcere o la multa da uno a sei ducati. I privati, gli albergatori, i locandieri ed i conventi non possono alloggiare chi non ha documenti e dovranno segnalare alla polizia locale “le persone che vogliono pernottare”. Le contravvenzioni sono pesanti: otto giorni di arresto o 25 ducati di multa per i privati; 16 giorni di arresto o 50 ducati di multa per albergatori, locandieri, affittacamere e capi dei conventi. Le pene sono raddoppiate a Napoli. I funzionari locali di polizia “con documentato processo verbale”, applicheranno “le determinazioni e le multe” previste dal regolamento. A tutela dei cittadini, l’art. 16 afferma che “Ogni vessazione, ogni abuso, ogni frode sarà rigorosamente punita”, o con provvedimenti interni della Commissione generale di Polizia o per i casi più gravi, con “traduzione de’ colpevoli dinanzi a Tribunali”.

Dopo la morte di Federigo Maria, la famiglia Orlando si trasferì a Ripabottoni (CB) al seguito del figlio Federico, ormai valente attore comico, con la qualifica e il ruolo di Primo Brillante all’interno della Compagnia teatrale di famiglia, promettente anche nella scenografia, che aveva sposato Anna Catelli, figlia di Antonio Catelli, ricco possidente del luogo, e Apollonia Jaricci.

E ancora Carlo Tamberlani, in Pirandello nel “Teatro… che c’era” (il testo è riportato per esteso in appendice), ci racconta l’esperienza diretta della vita della Compagnia di giro, della Compagnia teatrale itinerante, della Compagnia di famiglia che viveva la propria esistenza nella concreta realizzazione di “Un teatro libero in qualsiasi posto”, come specifica funzione sociale e culturale, come una vera e propria missione:

Questa nota che correggo oggi un anno dopo averla data in stampa è stata scritta secondo i miei ricordi d’infanzia nella compagnia di famiglia, nelle peregrinazioni nei piccoli paesi della Puglia e della Basilicata (a Rionero in Vulture dove svernammo in un piccolo teatrino, mi dissero che era ancora viva la sorella o parente, Carmine Crocco). In più mi sono valso dei racconti dei miei genitori, di mio padre specialmente, di dati storici ricavati dalle pubblicazioni sul meridione. […] Della “Compagnia di famiglia”, che fu gloria vera del Teatro… che c’era, non ve ne è traccia se non nei libretti di barzellette teatrali, tanto meno nelle non poche storie del teatro italiano. La “Compagnia di famiglia” ebbe una sua tradizione e non è da confondersi con quelle unioni momentanee di attori, che senza intrinseco, privi di guida autorevole, “estrosamente” portavano nella provincia lo “stereotipo” del cosiddetto “guitto”. La Duse sortì da una regolare buona compagnia di provincia che aveva toccato anche Padova e Venezia,; non nacque, nel 1858 (folkloristicamente) “in un vagone di terza classe”, ma a Vigevano, all’albergo Cannon d’oro (cfr. Signorelli), ancora esistente accanto alla piazza, quindi in una delle migliori “Compagnie di famiglia” del tempo; nulla di “guitto”. Del resto di ciò che era chiamato guitto allora ne aleggiò lo spirito nelle formazioni edulcorate col nome di “manifestazioni d’arte”, con Euripide, Sofocle, Plauto e anche Shakespeare, “affiatati” con poche settimane di prove, se non dagli scarsi giorni sovvenzionati. Di varie antiche compagnie di famiglia se ne potrebbe perfino ricostruire con dati incontrovertibili, il loro albero genealogico perché (senza essere costretti a ricorrere al Rasi) per secoli esse si tramandarono con i medesimi nomi, “le ditte” sostituendosi subito all’estinta “Commedia dell’Arte”. E’ facile ricordare il nome di Medeback.

Ma scendiamo al rango minimo di queste “Compagnie di famiglia”, radicate e germinate dalle stesse tavole del palcoscenico: quelle che battevano per tutta la vita i piccoli paesi. Corredo scenico modesto, ma sempre decoroso, livello artistico soddisfacente, organizzazione per gli spostamenti da una “piazza” all’altra, nell’apprestare una vita artistica famigliare continua, confortevole, qualificavano il “rango” della “Compagnia di famiglia”. Ho avuto il “privilegio” durante la mia infanzia di “vivere” e quindi ricordare come in una fiaba incantevole, gli ultimi guizzi di quell’inimmaginabile mondo, che nonostante tutto, non aveva nulla di zingaresco e né senso di “precario”. Nel rispetto per il palcoscenico (in un piccolo teatro o dovunque esso fosse stato allestito provvisoriamente) ognuno assolveva la mansione affidatagli, fino alla più modesta di mettere il petrolio ai “lumi” della ribalta e le candele nei camerini (!!), cercare nel paese ciò che occorreva di indispensabile, e che sarebbe stato impossibile trasportare con la “roba” della compagnia (un pianoforte, un mobile, dei tavoli, ecc.), tutto era scrupolosamente assolto. Il pubblico aveva il diritto di essere “servito” dignitosamente perché soprattutto da quel palcoscenico la compagnia traeva i propri mezzi di sussistenza, e, ancora di più, la stima, il rispetto (o anche il discredito) – e l’entusiasmo, specie domenicale – delle stesse persone che l’indomani gli attori avrebbero incontrato per le strade. Per il mio ricordo di quel periodo e di oltre cinquant’anni di milizia attiva nelle migliori compagnie di prosa, mi sembra di poter dire che la “convenzione scenica” può seriamente irridere il “ficcanasiamo ottuso” del perfezionismo borghese teatrale, perché la “convenzione” di un fondale dipinto (ve ne erano di Bellissimi in provincia) dava la sensazione di una fantasmagorica foresta ad un pubblico di piccolo paese forse più affascinante degli alberi “veri” del palcoscenico del teatro Eliseo o, addirittura, “udite, udite”, della pioggia, vera, alla Rheinardt, in “le rates” di Lennorman (cfr. Silvio D’Amico, Il tramonto del grande attore, Ed. Mondadori, 1929, p.28).

Formazioni del genere di quelle descritte, erano le tradizionali “Compagnie di famiglia” Marchesini, Carloni, Chiantoni (genitori del grande Amedeo), De Sanctis (idem, Perla, Martinez, Girola, Imbastaro, Usai, l’ottima di Ambrosioni con le sorelle Ravaioli, che spesso unitisi per brevi periodi sposavano fra loro i propri figli, tramandando un’identica tradizione familiare.  Da queste compagnie di famiglia sortirono preziosi contributi per le compagnie di ordine primario e  secondario, un tempo importantissime anche loro. […]” (Così Carlo Tamberlani, Pirandello nel “Teatro… che c’era”, in Quaderni dell’Istituto di Studi Pirandelliani, Bulzoni Editore, Roma 1982).

Certamente, i luoghi di nascita, matrimonio e morte dei componenti della famiglia Orlando, nel corso della seconda metà dell’Ottocento, testimoniano la presenza della Compagnia Orlando, ivi impegnata per le rappresentazioni teatrali, come dimostrano ad esempio le dichiarazioni rilasciate dai genitori nell’atto di nascita di Leopoldo: “i genitori dichiarano di essere di passaggio in questo Comune per effetto delle rappresentazioni teatrali”. Perciò la geografia che ne risulta potrebbe facilitare enormemente la ricostruzione degli spostamenti e dell’attività della Compagnia sul territorio del Regno delle Due Sicilie, prima, e del Regno d’Italia, poi.

In ogni caso, dalle mie ultime ricerche è emerso in modo evidente che la tradizione della Commedia dell’Arte e del teatro comico napoletano sviluppata nel tempo sui palcoscenici del Regno di Napoli e poi del Regno delle Due Sicilie dalla Compagnia Caputo, arricchita dall’esperienza delle altre famiglie d’arte a essa legate, continuò a essere trasmessa di generazione in generazione fino agli inizi del Novecento, anche attraverso l’attività della Compagnia Orlando, che mantenne viva la memoria di quella grande eredità artistica.

Successivamente, però, stante il sempre maggiore coinvolgimento di attrici e ballerine nell’attività teatrale, le donne della famiglia Orlando fecero chiudere la Compagnia, per cui Eduardo mandò il figlio Federico a Francavilla al Mare (Pescara) per effettuare un lungo tirocinio come allievo del Maestro Francesco Paolo Michetti, artista, pittore e fotografo abruzzese, che lo giudicò talentuoso e promettente nella pittura, come lo era già nel teatro.

E così, agli inizi del Novecento il nostro ramo della famiglia Orlando passò dal Teatro alla Pittura.

La Compagnia Orlando nel Teatro del Genio di Campobasso (1879)

Grazie alle preziose informazioni contenute nel pregevole articolo di Giovanni Mascia, Il mistero della “Delicata Civerra” di Accorsi. E delle radici molisane della Compagnia Orlando che la mise in scena un secolo e mezzo fa, pubblicato sul Giornale del Molise online il 16 giugno 2025, sono riuscito a ricostruire lo stato di famiglia al 1879 del mio antenato fossaltese, Federigo Maria Orlando, Capocomico della Compagnia Orlando, compagnia teatrale itinerante, c.d. compagnia di giro, che nell’estate del 1879 si è esibita nel Teatro del Genio di Campobasso.

La recensione pubblicata sul giornale “La Libertà” del 12 luglio 1879 riportava espressamente: “I Comici signori Federico, Odoardo, Ernesto e Roberto Orlando, e la signorina Annina Mezzi Orlando, disimpegnarono con amore e diligenza la parte ad essi affidata, ma fra tutti è degna di speciale encomio la signorina Teresina Orlando, che ha saputo rivelarsi artista di merito.

Pertanto, la Compagnia Orlando a quel tempo era composta da Federico (Federigo Maria) Orlando, con il ruolo di capocomico, e dai suoi figli tutti comici Odoardo (Igino Eduardo), Ernesto e Teresina, oltre alla nuora, Annina Mezzi (Anna Mezzo), moglie di Odoardo, e al nipote Roberto, figlio di Nicola Maria, fratello di Federigo Maria.

Consultando l’Internet Culturale, ho trovato altre quattro brevi recensioni delle esibizioni della Compagnia Orlando a Campobasso nel luglio 1879, dalle quali ho potuto ricavare ulteriori informazioni utili sulla performance campobassana.

Il 7 luglio, all’Arena Nazionale di Campobasso, la Compagnia Orlando mandò in scena la prima del dramma Delicata Civerra di Giovanni Accorsi Pasini. Il 10 luglio si tenne la seconda rappresentazione. Il 15 luglio, al Teatro del Genio di Campobasso, si tenne la quinta rappresentazione, con il dramma accresciuto di un altro atto dall’autore. Il 21 luglio mandò in scena un altro dramma Elvira ovvero cinismo e sentimentalismo. Il 27 luglio, all’ArenaNazionale, andò in scena il nuovo dramma Alfonso Mastrangelo, il seguito della Delicata Civerra, composto dallo stesso autore.

Ecco gli estratti delle recensioni pubblicate su La Libertà di Campobasso nel mese di luglio 1879:

“Ci si riferisce che la Compagnia Orlando all’Arena nazionale fa di tutto per accontentare il pubblico. Intanto sappiamo che probabilmente lunedì sera, giorno 7, sarà dato il dramma Delicata Civerra (fatto patrio, ben noto ai Campobassani). Il lavoro è del giovine scrittore Giovanni Accorsi de’ Baroni Pasini; l’Accorsi ha dato anche altre produzioni a’ teatri napoletani, ed il pubblico non li ha niente male accolti. Siamo sicuri che i cittadini Campobassani accorreranno per ricordare sulle scene un fatto di storia patria, e che saranno benevoli verso l’autore del dramma.” (La Libertà 3 luglio 1879, p. 3)

“Abbiamo assistito alla seconda rappresentazione del Dramma Delicata Civerra dato dalla Compagnia Orlando in Campobasso e scritto dal giovine signor Giovanni Accorsi de’ Baroni Pasini. Un pubblico numerosissimo e scelto ansioso assisteva allo spettacolo, per ricordare un fatto patrio. Delicata è un raccontino più che è un romanzo, e l’argomento è breve e spiccio. Negli antichi tempi Campobasso era diviso in due partiti Trinitari e Crociati, che nutrivano odio brutale l’un contro l’altro. Alfonso Mastrangelo, Crociato, s’innamora della giovine Delicata Civerra, figlia di un Trinitario (Andrea). Entrambi si corrispondevano, ma da essi era ben lungi il pensiero di potersi unire in matrimonio, sapendo che l’odio vendicativo del Civerra contro i Crociati era di grande ostacolo al loro amore. Delicata da che incominciò ad amare, si die’ in balìa ad una disperata passione per il suo Alfonso, il quale le corrispondeva compari affetto. Ciò giunse all’orecchio del padre di Delicata, il quale cacciolla in fondo d’un carcere, proibendole severamente di amare il Mastrangelo. Non valsero le preghiere di dedicata per far desistere il padre dal brutale operare verso di lei, né quelle di Fiorella, amica prediletta di Delicata, né quelle del fratello di lui, Rettore di San Giorgio, e né infine quelle più ferventi del Padre Geronimo da Sorbo, mandato in Campobasso con la missione di pacificare gli animi dei due partiti nemici. Il Civerra, tenace nel suo proponimento, voleva sua figlia sposasse un Trinitario, oppure vestisse l’abito claustrale. A far sopire tant’odio verso Delicata Alfonso si assenta da lei, per andare in Fiandra ove combatteva il suo Principe. Prende commiato dalla sua Delicata e parte. Questa non sa resistere a tanta privazione, e ritornato Alfonso per isposarla, la trova sofferente. L’incoraggia, le favella di amore, di lieto avvenire, di cessate amarezze, e Delicata par che si ravvivi di gioia, e che provi tutta la sua felicità. Ma ahi! L’è gioia di morte. Il padre suo, pentito della severità, vuole al fine Delicata sposi il suo Alfonso. Ma troppo tardi! I Crociati e i Trinitari si abbracciano; la pace è fatta. Delicata anela cingere la corona nuziale, le si porge dall’amica Fiorella, ma nei più adorati sogni della sua fantasia, consunta, spira tra le braccia del suo fidanzato, che va a chiudersi nel convento dei Cappuccini, vestendo l’abito di fratel! Questo il Dramma. L’Autore ha saputo presentare l’azione drammatica, colorirla e rendere i caratteri, specie nel Frate da Sorbo, che si mostra interprete del vero stile evangelico e non di cieco fariseismo religioso. I Comici signori Federico, Odoardo, Ernesto e Roberto Orlando, e la signorina Annina Mezzi Orlando, disimpegnarono con amore e diligenza la parte ad essi affidata, ma fra tutti è degna di speciale encomio la signorina Teresina Orlando, che ha saputo rivelarsi artista di merito. L’Autore fu per ben quattro volte chiamato agli onori del proscenio, ed il Dramma fragorosamente applaudito. Stasera si ripeterà per la terza volta: noi augurando alla Compagnia esito felice, diamo un bravo di cuore al giovane scrittore signor Accorsi, egli stringiamo la mano.” (La Libertà 12 luglio 1879, p. 3)

“Ieri sera è andata al Teatro del Genio la quinta rappresentazione del Dramma Delicata Civerra, con buonissimi risultati. L’Autore, signor Accorsi, a rifuso il Dramma accrescendovi un altro atto, che ha saputo troppo bene colorire. Un bravo a lui e alla Compagnia Orlando. La mancanza di spazio non ci permette dir altro sul riguardo. Ne riparleremo nel numero prossimo.” (La Libertà 16 luglio 1879, p. 3)

“Teatro del Genio – L’altra sera nel nostro Teatro del Genio fu dato dalla Compagnia Orlando un altro Dramma del signor Giovanni Accorsi-Pasini, dal titolo: Elvira ovvero cinismo e sentimentalismo. Era serata d’onore della prima Attrice Teresina Orlando, e la più eletta de’ cittadini venne a godersi lo spettacolo. Il dramma è pieno di effetti scenici, vuoi per l’intreccio gaio e spigliato, vuoi per la varietà dei caratteri e per la vivacità del dialogo. Risponde del tutto al suo titolo. È diviso in 4 atti, ed il finale di essi è proprio quello attagliato al vero Dramma del giorno. Ha sempre avuto buoni successi, ed è stato lusinghieramente giudicato da molti giornali della Capitanata. La Commissione esaminatrice di Roma lo approvò, elogiando l’Autore, a cui anche noi facciamo i nostri complimenti. Scriva dunque, e procuri sempreppiù di farsi onore.” (La Libertà 23 luglio 1879, p. 3)

“E mentre spunta l’un, l’altro matura – Domenica alla sera, 27 andante, avremo all’Arena Nazionale il Dramma: Alfonso Mastrangelo seguito della Delicata Civerra. E’ lavoro del giovine scrittore signor Accorsi Giovanni, e ci auguriamo per ciò che gli amatori di cose patrie non mancheranno di assistere a questa importante produzione, che l’Autore, a complemento della Delicata, espone al pubblico.” (La Libertà, 26 luglio 1879, p. 3)

Scorrendo, poi, le pagine del giornale La Libertà del 6 agosto 1879 ho scoperto che, nel corso della stessa estate a Campobasso, la Compagnia Orlando mise in scena al Teatro del Genio anche il famoso dramma in cinque atti del drammaturgo Paolo Giacometti (1816-1882), il più popolare autore italiano dell’Ottocento:

“Stasera al nostro Teatro del Genio la Compagnia Orlando, come serata di partenza rappresenterà il Dramma in 5 atti del sig. Paolo Giacometti: La colpa vendica la colpa.” (La Libertà, 6 agosto 1879, p. 3)

Il dramma La colpa vendica la colpa è un complesso racconto di un matrimonio simulato che ispirò l’Odette di V. Sardou, rappresentato per la prima volta a Treviso nel 1854 dalla compagnia di G. Leigheb, con cui da allora Giacometti cominciò a collaborare. Il dramma è un classico del teatro italiano, che esplora i temi della giustizia e della punizione attraverso una storia tragica, dove viene affrontato il tema del divorzio, ripreso poi nella più celebre Morte civile, oggetto di una attenta analisi di profondi conflitti morali ed emotivi, spesso incentrati sull’onore familiare, il tradimento e la vendetta. La vastità della produzione di Paolo Giacometti, profondo indagatore dei problemi sociali, riflette anche l’ampio gradimento del pubblico e il prolungato favore degli attori, come nel caso della Compagnia Orlando.

La Compagnia Orlando nel Teatro Sociale di Amelia (1884)

Dalla lettura del pregevole lavoro della Prof.ssa Rosita Bassini Ceccarelli, Il Teatro Sociale di Amelia (1782 – 1991) – Storia di un’istituzione locale, ho appreso con grande sorpresa che tra le innumerevoli attività teatrali, musicali e di prosa del settecentesco Teatro Sociale di Amelia (Terni), come risultanti dagli Atti deliberativi delle Congregazioni e da documenti reperiti presso Enti e privati, figurano anche quelle realizzate dalla Compagnia Orlando che realizzò un ciclo di rappresentazioni in occasione del Carnevale del 1884.

In particolare, risulta che in data 18 dicembre 1883 la Compagnia Orlando ottenne in concessione il Teatro per esibirsi per 24 recite tra prosa e operette, da eseguirsi nel Carnevale dell’anno successivo. E’ molto probabile che tra queste sia stata messa in scena anche la “Delicata Civerra” di Giovanni Accorsi Pasini, dopo i successi ottenuti nei Teatri di Campobasso e chissà in quale altra Città.

Fino ad oggi, ho trovato soltanto queste poche tracce della lunga attività della Compagnia Orlando, che operò per tutta la seconda metà dell’Ottocento, fino ai primi decenni del Novecento, finanche oltre oceano a Buenos Aires in Argentina.

Basti pensare che nel 1911 Ernesto Orlando, fratello minore del mio bisnonno Federico, all’età di 55 anni, in qualità di artista drammatico, è emigrato in Argentina a Buenos Aires, a bordo della nave Amiral Sallandrouze de Lamornaix, per affrontare una tournee teatrale con la sua Compagnia formata da Ciro Orlando di 28 anni, suo figlio, Gennaro Brancaccio di 59 anni, suo consuocero, padre di sua nuora Maria Brancaccio, Teresa Testa di anni 51, Ulrico Testa di anni 23 e Concetta Testa di anni 18, tutti indicati come artisti drammatici.

E dopo questi primi risultati entusiasmanti la mia ricerca non potrà che continuare!